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Il Vescovo di Caserta + Raffaele Nogaro Nella fascia più elevata della città di Caserta, San Leucio, risalta immediatamente come un composto urbano nuovo e caratterizzato. La prospettiva paesaggistica, il ritmo armonioso delle sequenze compositive, i profili delicati delle case e delle strade, sono l’espressione di una inventività piena di sogno e di bellezza. San Leucio è un nucleo abitativo che proclama sensibilmente una stagione dell’anima con immagini ricorrenti di antica nobiltà, di fierezza, di gentilezza, di profonda e discreta umanità. E’ come un calendario, conservato amorosamente per le sue sorprendenti rivelazioni, dove le opere e i giorni dell’uomo si connotano dei colori e delle fatiche del tempo che scorre e dove la terra, l’uomo, le forme e le tradizioni scrivono le strofe di un poema, che si legge sempre con emozione. In quest’isola di armonia, le case autonome e vive, sono tutte strette attorno un reliquiario di fede e di cultura: la chiesa bellissima. Si innalza al centro della comunità, in un rapporto di grazia fra uomo e ambiente, sempre solerte ad incivilire gli animi e a donare la speranza allo spirito. E’ giusto e benemerito che i Leuciani, con iniziative e manifestazioni intelligenti ed eloquenti, guidati dal loro parroco sapiente e zelante don Franco Catrame, continuino a portare nel nostro trambusto quotidiano le memorie di un ordine e di valori del passato, che riescono fermento di luce e di speranza per le nuove generazioni.
Il Sindaco di Caserta Luigi Falco
E’ il concetto che ispira le Memorie Future del Leuciana Festival, che abbiamo fortemente voluto come strumento di comunicazione all’esterno della realtà Belvedere di San Leucio, uno dei tre lati del triangolo del turismo culturale (insieme al Palazzo Reale ed al borgo di Casertavecchia) sul quale la città di Caserta gioca la partita decisiva per il suo sviluppo futuro. Ma programmare lo sviluppo attraverso un’operazione di recupero culturale del passato significa anche progettare insieme, aprendosi ai contributi che possono giungere dal territorio. E’ proprio in questo senso che acquista ulteriore spessore la scelta di rilanciare, valorizzandola, la Festa di S. Maria delle Grazie, momento di straordinaria sintesi nella vita della comunità leuciana. Ed è in omaggio a queste riflessionei che l’Amministrazione Comunale, nell’ottica di coincidere del Leuciana Festival con il tradizionale Corteo Storico di San Leucio, dando il via alla Grande Festa Popolare di Ferdinandopoli, vetrina per artisti casertani spesso impossibilitati a mostrare il proprio talento per carenza di spazi adeguati. Questa volta lo spazio c’è e siamo convinti che sarà sfruttato nella maniera più consona alle attese del pubblico e degli stessi artisti.
La grande Festa di Ferdinandopoli Nunzio Areni
Ferdinando volle l’evento per celebrare la presentazione del Codice Leuciano. Dopo duecentodieci anni quello stesso luogo ha risuonato nuovamente delle note della “Nina” per l’inaugurazione di Leuciana Festival, un’operazione voluta e ragionata per celebrare i fasti del Palazzo Borbonico, propiziando i nuovi per la meravigliosa struttura oggi restaurata, in continuità con la migliore visione del suo fondatore. Oltre ad ospitare un palazzo reale San Leucio è anche, e soprattutto, il luogo in cui trovano realizzazione il grande progetto di costruzione sociale di Ferdinandopoli: un agglomerato urbano con al centro una comunità di artigiani la cui vita era scandita da un preciso regolamento impostato sui principi di uguaglianza, e diritto ai frutti del proprio lavoro. E diritto alla felicità, alla vita conviviale, alle feste e ai momenti di divertimento. La Festa di Santa Maria delle Grazie, cui Ferdinando era molto devoto, era uno di questi. A partire da quest’anno all’interno della tradizionale festa della Madonna delle Grazie, il Leuciana Festival promuove la realizzazione della Grande Festa Popolare di Ferdinandopoli, un calendario di performances di artisti e compagini musicali e teatrali casertane, studiato per impreziosire oltremodo il caratteristico appuntamento del borgo setaiolo, aggiungendovi eventi di musica e teatro, nel rispetto della predilezione che Ferdinando nutriva per questi generi di intrattenimento, che fossero colti o popolari. Perché Ferdinando amava San Leucio e si considerava il padre del Borgo e dei suoi abitanti. Il programma di rappresentazioni inedite di artisti casertani è un ulteriore operazione di recupero e rivisitazione del mandato del monarca, nel segno della rivalutazione delle risorse culturali del territorio e della ideale continuità con il progetto di Ferdinandopoli.
Il Corteo: rito religioso-politico Battista Marello
I cancelli si aprono del tutto, le mura di cinta che prima ne limitavano segnatamente i confini, crollano in più parti o vengono demolite a tratti, non dovendo più custodire né segreti industriali, né scelti individui il cui unico vanto era riposto nell’abilità e laboriosità poste a misura del merito. Quegli ideali di vita egualitaria, suggerita da una sorta di socialismo, fatta di diritti e di doveri e di rispetto della cosa pubblica, svaniscono perché incalzati da un riscoperto ruolo sociale di tipo borghese che, in alcuni decenni, vedrà gli abitanti del luogo schierati e contrapposti, come interi nuclei familiari, per la conquista di ruoli al Consiglio Comunale. L’Unità della Ferdinandopoli, distribuita sul territorio tra Belvedere, Paratella, Quercione e Vaccheria sarà definitivamente minata da una sorta di smembramento dissennati i cui effetti si faranno sentire in seguito, e proprio ai nostri giorni. La creazione di opifici serici autonomi dalla fabbrica del Re opererà l’espansione delle attività produttive, ma nel contempo coinciderà con una dispersione sul territorio sfociando inevitabilmente nell’abbandono del Belvedere, causando altresì la distruzione totale degli impianti di tessitura ottocenteschi. La produzione serica, dunque, trova sbocchi verso nuovi territori, valicando persino quelli provinciali: seppure con ritrovato prestigio e nel segno della tradizione, ma ai margini dell’abitato, le stoffe di seta vengono ancora tessuti sul luogo; San Leucio vive di memoria, nel ricordo del filo di Seta, il popolo dei setaioli non esiste più. Pochi sono i leuciani dediti a questa nobile attività avendo essi perso, in forza di inesorabili leggi di mercato del lavoro, il legame cromosomico che li vincolava ad una lavorazione nata in quel luogo e che i loro padri si tramandavano da generazioni. Inoltre la peculiarità del prodotto è affidata a poche note caratteristiche che ne consentono di differenziarlo da altri presenti sul mercato: i telai a mano, l’esiguo numero ancora superstite, sono riposti e catalogati nei contenitori del Belvedere, sostituiti dall’uso di nuove tecnologie. Le giovani generazioni, infine, hanno smarrito del tutto la conoscenza dei modelli di vita incarnati sul posto, le nozioni elementari della tessitura ed il patrimonio di archeologia industriale, che ha fatto di questo luogo un piccolo mito e che, nonostante tutto, continua a donare emozioni. A contrastare il processo di sfaldamento della complessa impalcatura posta a sostegno dell’esperimento San Leucio, hanno posto mano illustri studiosi i quali, transitando in questi luoghi, negli ultimi decenni, hanno contribuito con le loro ricerche a documentare tutto quanto si è vissuto in questo scenario, e a sondare ipotesi per il suo futuro. Il pensiero si porta a Giovanni Tescione, primo studioso dell’argomento, ad Eugenio Battisti, acuto indagatore della struttura urbanistica e del contenitore protoindustriale leuciano, a Vittorio Gregotti che ha progettato nuove utopie: non ultimo, a Flavio Crippa che ha ricostruito i filatoi sulla scorta di testimonianze d’archivio e che da anni studia le macchine della tessitura dei codici di Leonardo. Il Corteo Storico come manifestazione vuole essere un rito religioso-politico: esso si svolge nel contesto delle celebrazioni della Madonna delle Grazie, eletta a patrona da Ferdinando IV per lo scampato pericolo, e si snoda per le vie storiche della Colonia per rievocarne l’originalità di fondazione e la organicità dell’ordinamento amministrativo. In questa cornice, in alcuni anni si è svolto il palio o pallium, stoffa pregiata, data in premio al vincitore della corsa a cavalli, alla quale un tempo assisteva il Re in persona. Cosa resta oggi se non rievocare le gloriose pagine di un passato che ha avuto l’ardire di pensare un mondo di eguali, di progettare un futuro per le giovani generazioni utilizzando programmi e tecniche d’avanguardia? E’ tutto cio ideato alla grande. Si taccia Ferdinando Re di vanitoso intento nel costruirsi con l’erario pubblico e l’appannaggio personale un “balocco” per i suoi capricci: e pensare che oggi, per quel balocco la Comunità Europea ha ritenuto valida scelta l’investire miliardi per il suo recupero funzionale ancora tutto da attuare. L’alba del Corteo Storico ha segnato, negli anni passati, un giorno importante per i leuciani. Il borgo è imbandierato, alle finestre delle case sventolano le bandiere dei quartieri per identificarne i limiti. Dopo pranzo, caratterizzato dalle squisite pallottole, inizia un grande fermento per i preparativi; le belle vesti, le bandiere, i tamburi sono prelevati dagli armadi, e poco alla volta inizia il raduno dei figuranti nel cortile del Belvedere che riecheggia degli squilli di tromba. Ed il naturale proscenio, disegnato a gradoni, si eleva pian piano iniziando da piazza della Seta, attraverso l’arco trionfale dei leoni, l’espandersi ad oriente ed occidente dei casamenti e delle vigne, e per l’ampio scalone porta d’un balzo al Belvedere che d’improvviso s’erge ai piedi della collina, si perde infine nel verde del bosco, e tramuta in un teatro naturale che tutti contiene: qui il popolo di San Leucio, uscendo dal buio della sera, illuminato a tratti da fasci di luce che lasciano brillare damaschi e broccati, per poi ritornare nell’anonimato della folla, rappresenta e racconta se stesso ai numerosi ospiti convenuti. Il Collecini, con i suoi aiuti formati alla scuola del Vanvitelli, nell’ideare questo scenario, ha pensato alla maniera romana guardando a ville come quella di Caprarola, quando il Vignola ideava palazzi e giardini che si coniugavano alla piana sottostante e tutto diveniva parte dell’unico teatro della natura, come sospeso tra cielo e terra. Ancora viva è l’eco dei sospiri della Nina svanita d’amore e resa serena dalle parole del ritrovato fidanzato, voci che rimbombano ancora tuttora nei cortili del setificio e che la rilettura del libretto, nello scorso anno, ha voluto ambientare tra gli antichi filatoi. Un testo dai contorni romantici, posto a sostegno di messaggi educativi con l’intento di formare ai buoni sentimenti una popolazione, quella di San Leucio, destinata a costruire una comunità di uomini utili alla società. Ora la comunità locale, sostenuta dalle strutture pubbliche è chiamata a non vanificare la storia attraverso preconcetti che causano una distorta lettura del passato o, peggio, attraverso l’ignavia che genera l’oblio. Tutto, o quasi, è stato scritto su questa comunità: restano ancora stralci d’archivio da tradurre per il nostro tempo, antiche cartoline e cimeli da raccogliere nei mercatini antiquari, e cose del genere. Saranno altri piccoli tasselli da inserire nel mosaico ormai ricomposto, reso pienamente leggibile dallo sforzo operato dai ricercatori che hanno gettato luce sulla colonia del Re.
San Leucio e la seta Luigi Bologna
I tempi intanto cambiano: necessità di aggiornamento, conversione industriale, bisogno di capitali freschi, fanno sì che i piccoli artigiani chiudano bottega. Tre aziende bandiera, in San Leucio, si contendevano – fino a pochi anni fa – il primato per la qualità e perfezione dei loro tessuti. Famosi sono rimasti nel tempo gli splendidi damaschi del Setificio Luigi Di Giacomo, tali che l’amministrazione Kennedy ne chiese l’esclusiva per le tappezzerie della Casa Bianca. Delle gloriose aziende artigiane è rimasto soltanto il ricordo nel cuore della gente, esse sono scomparse perché non hanno potuto sopportare il peso dell’ammodernamento tecnologico e perché è venuto meno il sostegno del governo. Oggi, in San Leucio, a mantenere alto il prestigio di un’antica tradizione, tra mille difficoltà, opera una sola fabbrica: la Cugini De Negri, mentre in tutto il circondario casertano, soltanto tre tessiture fanno sentire il battito dei loro telai. La Real Colonia di San Leucio può essere considerata una delle poche utopie industriali realizzate in Europa. Benchè abbia avuto una finalità manifatturiera ed economica, tutto questo non fu il solo interesse. Lo scopo fu sociale, si trattò, in effetti, di agire entro una situazione storica, modificandola il più possibile, in nome di una finalità etica, profondamente innovata attraverso regole di comportamento, creando forme sia di difesa che di incentivazione. La produzione continua, il progresso tecnologico anche qui ha avuto al sua incidenza – senza giammai turbare quell’amore artigianale di sempre; il Senato della Repubblica, palazzo Pitti, Buckingham Palace – per citare qualche nome – portano la firma delle sete di San Leucio sulle lor partei e sui loro divani. Questa fibra naturale, immutabile nei millenni, accattivante come un luccichio di una gemma preziosa, serba a tutt’oggi il fascino della sua origine quasi magica. In questo consiste il segreto che ancora oggi dà vita e lustro alla Real Colonia di San Leucio.
San Leucio: baco, telaio, seta Luigi Bologna
Da quelle carte ingiallite riprende vita la figura del filatore, il tessitore di un’arte antica che, ancora oggi, fa parte della vita della mia gente. Gli antichi ricordi sono quelli correlati alla fine del ‘700 ed ecco spuntar da lontano i Borboni, con le loro “manie” e le loro grandezze. Soprattutto sono spinto a descrivere qualcosa che spesso è passato inosservato per dare più alta risonanza al prodotto finito: il Baco da Seta. Le origini si intrecciano e si confondono tra leggenda e certezze, in un gioco dominato soltanto dalla fantasia. La seta nasce forse in Oriente, attribuzione dovuta al suo clima dolce e perché terra di raffinate civiltà; enigmatica come Si Ling Chi, imperatrice cinese che la scoprì, la seta rappresenta qualcosa di magico che la rende preziosa ed inimitabile nei millenni. La felice vegetazione dei gelsi offre la possibilità di grossi allevamenti di bachi. La fibra si ricava dal più importante dei Lepidotteri: il Bombix mori, il comune baco da seta o Filugello. La seta viene elaborata da due ghiandole del baco dette seritteri, che sono come lunghi canali posti sotto il tubo digerente e diretti secondo l’asse del baco. Verso la fine il canale s’ingrossa e forma come un serbatoio che continua in un canale capillare. Prima del loro termine, i due capillari si fondono in uno solo, e i due filamenti serici, prodotti dai due seritteri, si uniscono tra loro. Infatti la seta non ancora lavorata ed osservata dal microscopio, appare come l’insieme dei due filamenti cilindrici, lisci, ognuno dei quali ha un diametro di 10-20 micron secondo le proporzioni del bozzolo da cui fu estratto e secondo il punto del filamento da cui venne ricavata la sezione. A fortissimo ingrandimento il filo non appare più liscio, ma finissimamente striato. La parte interna del filamento è costituita per il 60-70% da fibroina, la parte esterna per il 20-22% da sericina; quest’ultima riveste la parte interna come una guaina e viene più o meno asportata nella cottura della seta. Per ricavare la seta dai bozzoli, si compie una serie di operazioni: si comincia col procedere alla cernita dei bozzoli onde scartare i difettosi; quindi vengono portati alla stufa allo scopo di ucciderne la crisalide. La stufatura si può fare in due maniere: a secco con aria calda; a umido col vapore. I bozzoli vengono poi passati attraverso un crivello a tre grandezze per formare tre categorie. Così può cominciare l’operazione di trattura la quale consiste nello svolgere dal bozzolo il filamento. I bozzoli sono immersi in acqua calda a 75°-80° per una durata da mezzo minuto ad un minuto: fatto ciò, la superficie dei bozzoli viene strofinata con una spazzola alla quale aderisce il capo della bava. S’inizia quindi l’operazione della dipanatura, che consiste nel riunire insieme un certo numero di capi, a seconda del tipo e del titolo di filato che si vuole ottenere. La seta così ottenuta è detta seta tratta: essa viene fatta passare attraverso un foro detto foro della filiera; quindi si fa la tortiglia che consiste nell’attorcigliare un filo così ottenuto con un altro proveniente da un’altra filiera: in tal modo si rendono compatte le bave tra loro. Infine il filo viene avvolto su di un aspo. La seta così preparata costituisce la seta greggia di cui si conoscono in commercio parecchie qualità; una delle migliori è quella italiana; vi sono poi quella francese, giapponese, cinese, vietnamita, brasiliana, etc.. La seta prima di essere tinta viene privata più o meno completamente della sericina, sottoponendola ad un trattamento energico con soluzioni acquose di sapone. A seguito di tale trattamento, la seta acquista differenti nomi a seconda della minore o maggiore intensità del trattamento stesso: seta cruda, seta raddolcita, seta cotta. La seta con la cottura perde la sericina e quindi buona parte del suo peso. Per compensare questa perdita, la si sottopone a trattamenti vari che hanno lo scopo di farle assorbire sostanze pesanti adatte. Si hanno così le sete caricate leggere, le sete caricate peso per peso e le sete caricate propriamente dette. La seta durante la sua lavorazione produce parecchi cascami: la spelaia che è la parte più interna del bozzolo; il fiocco o moresco che è la parte che il baco fila per primo; inoltre costituiscono cascami tutti i bozzoli formati da due bachi detti doppioni. La seta selvatica è prodotta da alcuni gruppi di bachi che vivono allo stato selvatico in Cina, Giappone e India. Le più importanti sono quelle che danno la seta Russah o Tussor. In generale, data la loro ruvidezza, sono di difficile trattura e vengono spesso usate per tessuti ruvidi. Splendida è la Seta Organzino largamente usata nelle tessiture di San Leucio.
Nota scientifica Baco da seta, lepidotteri, bombix mori, olometaboli, nascono per riproduzione gonica. Una generazione all’anno, ogni femmina partorisce 400-500 uova. L’accoppiamento dura qualche ora (4-5) fino ad un massimo di 24. Dalle uova nasce un embrione, dopo 36 ore cessa lo sviluppo fino alla primavera successiva (diapausa 9-10 mesi). In primavera riprende lo sviluppo e si completa in 11 giorni. Prima uovo, poi embrione, quindi larva che nutre la pelle ogni 4-5 giorni per un totale di 4 cambiamenti. La larva dura 30 giorni e cresce di 8000 volte. Trenta grammi di uova consumano 12-13 quintali di foglie di gelso in 30 giorni. Alla fine dei 30 giorni, fila il bozzolo e qui la prima metamorfosi in 3-4 giorni (crisalide); 15 giorni la seconda metamorfosi (farfalla) e può ricominciare il ciclo.
Il telaio in Leonardo Luigi Bologna
I modi di tessere subirono continui mutamenti nel tempo e gli stessi rudimentali telai, ebbero la fortuna di camminare al passo coi tempi. La tradizione ricorda che in India, esisteva già uno dei più antichi telai a licci, ne aveva due per l’esattezza. Devono passare però molti secoli – tra alterne vicende – prima che sull’orizzonte della tessitura, possa comparire una vera e propria trasformazione tecnologica ed arrivare, con Joseph Marie Jacquard, al telaio meccanico operato. Un piccolo passo indietro va fatto per amore di cronaca. Il telaio per tessuti operati risale a Giovanni il Calabrese che lo inventò nel 14° secolo ed era provvisto di corde di tiro verticali che, successivamente, furono mutate in orizzontali. Bouchon, nel 1725, eliminò le corde, introducendo il sistema di aghi e di arpioni comandati da carta perforata che Falcon, nel 1728, sostituì con cartoni. Da questi due telai Jacquard inventò la macchina d’armatura che porta il suo nome. Oggi l’industria della meccanica tessile nazionale vanta macchine modernissime e dovunque il rumore dell’arte porta firme di case meccanotessili italiane d’avanguardia. Soggiornando in provincia di Pistoia, quell’antico amore che ormai è parte integrante di me stesso, mi ha condotto nella Val di Nievole. Qui, nell’incantevole dolce declivo della collina toscana, mi sono soffermato a Vinci, per rispolverare alcuni documenti di quella patina di cui li ha ricoperti il passato, facendo rivivere persone, fatti, costumanze ed istituti, alcuni dei quali sommersi dall’inesorabile progresso del tempo, altri tutt’ora attuali e validi esempi di civiltà avanzata. Ecco che la mia mente va subito a quella figura che il mondo ha avuto e mai più potrà avere: Leonardo da Vinci. Prima di ogni altro inventore, anche nella meccanica tessile Leonardo si cimentò. E’ doveroso perciò, ricordare il suo grande contributo. Leonardo da Vinci, verso la fine del 1400, con l’assidua sperimentazione in ogni campo – a lui peculiare -, si cimentò nella progettazione di alcuni macchinari che ebbero attuazione nella tessitura del tempo. L’arte del tessere, e quella laniera in specie, lo interessarono in modo particolare. Tale interesse è perfettamente spiegabile anche dal fatto che Leonardo visse in Toscana ed in Lombardia, quando l’industria laniera era ancora in auge e l’industria serica in pieno sviluppo. Il Codice Atlantico, che contiene numerosi disegni d’insieme e di dettagli costruttivi relativi alle macchine tessili, dimostrano in modo inequivocabile che di esse si occupò a lungo e profondamente. Ricorderemo, tra le varie scoperte e progettazioni:
In questa occasione, ci soffermeremo solo sul telaio meccanico, altrimenti il discorso diventerebbe troppo lungo e dispersivo. La trasformazione del filo in tessuto, si eseguiva sul telaio a mano il cui impiego si protrasse fino alla fine del XVIII secolo. Il telaio variava a seconda dei luoghi, ma aveva una struttura comune: due panconi sopportanti da una parte i subbio d’ordito e dalla parte opposta quello del tessuto, oltre a due regoli verticali sostenenti il battente col pettine e le carrucole. Bene in vista erano le calcole. Il tessitore passava la navetta dalle estremità appuntite, tra i fili dell’orditoio. Nella navetta trovavasi il fusciello che sosteneva il cannello, il cui filo si svolgeva attraverso buchi praticati ai lati della spuola. Questo telaio attirò l’attenzione di Leonardo che, maestro della meccanizzazione, elaborò un suo progetto che permetteva una celerità di produzione. L’albero ruotava in un altro coassiale che portava sulla destra due denti contrapposti che servivano per l’azionamento delle leve a contreffetto. L’albero coassiale faceva un giro a mezzo di quattro ruote dentate che stavano sul lato, a ogni quattro giri dell’albero motore. L’albero portava sulla parte sinistra un dente chiamato rota del primo loco a comando che faceva avanzare, ad ogni giro di dente, il pignone ruffianella che aveva sei denti con un intervallo di mezza oncia ed ingranava con una ruota dentata 3 di 12 denti di uguali caratteristiche. La ruota portava su un lato una spirale che, a mezzo di un’asta e del nottolino, trasmetteva il moto alla parte inferiore. Ad ogni spostamento di un dente della ruota, una molla ne fissava la posizione. La ruota, a mezzo delle calcole, muoveva i licci e la leva a squadra del pettine oscillante, in modo che, quando un liccio si era alzato, il pettine si trovava lontano dall’ultima trama battuta; quando i licci tornavano nella posizione di riposo, il pettine andava a battere la trama. Le calcole, funzionanti a contreffetto mediante la carrucola, azionavano il complesso di leve che spostavano la navetta da una parte all’altra del tessuto inserendo la trama. I subbi presentavano un funzionamento automatico, la rotazione controllata, avveniva regolarmente e parallelamente alla formazione del tessuto. L’ordito si svolgeva dal subbio, i fili passavano in basso su una verga di rinvio, ed in alto su due verghe per la separazione dei fili dispari da quelli pari. Il tessuto seguiva il percorso su due rulli, poi si ripegava, teso da un rullo richiamato costantemente da una corda e dal peso, in modo da conferire la dovuta tensione all’ordito e al tessuto ed, in ultimo, si avvolgeva su subbio del tessuto. Indubbiamente, il telaio leonardesco, così descritto, ci appare un pò confuso. L’occhio dell’esperto deve tornare indietro nel tempo e, soltanto allora, potrà capire l’intuizione del grande genio. Certamente Leonardo è stato il primo al mondo a progettare il telaio meccanico; il primo ad inventare il comando positivo della navetta. Tale principio lo ritroviamo applicato nel telaio meccanico di Degennes nel 1677 ed in quello successivo del Vaucauson nel 1744 e nei recenti telai a nastri. A mio modesto avviso, l’illustre toscano, non a torto, può essere considerato l’antesignano della moderna meccanica tessile e quanto egli dimostrò e divinò, ha trovato ancora oggi giusta applicazione e realizzazione. Certamente il tessuto affascinò Leonardo ed aveva affascinato altri insigni artisti. Sandro Botticelli, costruisce le magiche atmosfere ed i climi luminosi di tante sue opere, con un ampio utilizzo di drappeggi serici. Raffaello viene attratto dalla brillantezza della nobile fibra che, dalla varietà dei colori solea dire: aleggia il mistero. Ancora oggi, la tessitura serica in particolare ha un suo grande spazio, un suo mercato ma, soprattutto, una sua meravigliosa bellezza e, forse, molto di questo, è dovuto all’illustre cittadino di Vinci.
Profilo socio-economico della popolazione leuciana nella prima metà dell'ottocento Ciro Carnevale “Attesa – narra lo stesso re Ferdinando – la favorevole prolificazione prodotta dalla bontà dell’aria e dalla tranquillità e pace domestica….” i cinque sei individui posti per la custodia del bosco per le rispettive famiglie, nel tempo, aumentarono notevolmente anche per l’arrivo di altri individui fatti venire da fuori. Così il Re, nel fondato timore “che per mancanza di educazione…..formassero una società di scostumati….” Istituì prima una Casa di educazione e, ad evitare che in seguito “….giunti ad un’età tale di aver terminato tutti quegli studi, sarebbero rimasti senza far nulla…fondò, poi, una Manifattura di sete grezze e lavorate. Intorno alla Real Fabbrica si sviluppò la Comunità Leuciana che, in data 31 dicembre 1822 (Collettiva redatta dal Parroco Don Camillo Retrosi) risultava così suddivisa:
I predetti individui sono così ulteriormente ripartiti:
A questi vanno aggiunti 6 giovani vestiti dell’abito leuciano addetti alla Real Fabbrica e alla divisione militare, tutti di professione “stoffaioli” e “villutari”. Sotto il profilo socio – economico, cioè del reddito in relazione all’attività produttiva della Comunità, degli uffici, dei lavori e delle mansioni dei singoli, la Real Colonia presenta uno status così definito: 1) dirigenti, tecnici, amministratori, operai di varie categorie e a vari livelli, addetti alla trattura, filanda, filatoio e tessitura nella Real Fabbrica delle calze, dei veli e delle sete, artigiani, custodi e sorveglianti della stessa. Vi appartengono: Soprintendente generale, Cassiere, Razionale, Giornalista, Scritturale, Disegnatore, Direttore Generale, Incettatori dei folleri, Conservatore di folleri, Sovrastante alla filanda, Guardaroba, Direttore dei Filatoi, Asortitore, Tintore, Sottodirettori, Magazzinieri di sete colorate o di drappi, Maestra di incannare o di ordire, Incannatrici di pelo e trama, Manifatturieri, Pettinarolo, Celentatore, Mercante, Falegname e torniere, Ferraro, Stoffaiolo, Villutaro, Calzettaio, Acaiolo, Baiendiere, Adetto al sommaco. 2) Personale addetto ai Reali Palazzi e ai Reali Giardini dai più alti gradi alle più umili mansioni. Vi appartengono: Direttore Architetto, Intendente, Economo, Personale di Camera, Offiziali, Camerieri, Portinaio, Guardaportone, Giardiniere, Guardacaccia, Scopatore, Servo, Serviente, Addetto alle reti, Addetto alle strade. 3) Appartenenti alle Forze Armate. Via appartengono: Ufficiali di ogni ordine e grado, Aiutanti, Sottufficiali, Sargenti, varie specialità della truppa come Palafreniere, Armiere, Maniscalco, Tamburo, Piffaro, ecc ... 4) Religiosi e addetti ai luoghi pii. Via appartengono: Parroco, Sostituto, Serviente della Chiesa, Cantore, Organista. 5) Professionisti. Via appartengono: Dottore Fisico, Dottore Fisico Aneorismatico, Dottore Chirurgo, Speziale, Farmacista, Notaio, Prattica Levatrice, Assentatore, Maestro dei ragazzi, Maestra delle ragazze. 6) Commercianti, Bottegai, Operai vari. Vi appartengono: Appaltatore, Incettatore, Merciaiuolo, Tavernaro, Gualchieraio, Padulano, Venditori di generi lordi, Ferraro, Fontanaro, Fabbricatore, Sartore, Sartrice, Pittore addetto alle pulizie, Facchino del Quarto. Non a tutti è noto che Ferdinando di Borbone, come dettò un complesso di norme per regolare la vita della Colonia, il “Codice di San Leucio” o “Legislazione della Real Colonia di San Leucio”, così impose alla Fabbrica un regolamento interno che fissava i doveri rispettivi di tutti quelli che vi operavano, dal più umile operaio al Soprintendente generale, “Il regolamento interno della fabbrica delle sete della Colonia di San Leucio”. Esso forniva indicazione in ordine all’organizzazione generale del lavoro, alla contabilità della fabbrica, ai rapporti col mercato esterno, all’impalcatura burocratica, all’istruzione, alla produzione ed infine agli incentivi ed alle pene. Il monarca, dunque, provvide a realizzare una comunità autonoma ed indipendente, ispirata ad una politica di assolutismo illuminato, istituzionalmente chiusa ma, la presenza di non leuciani, “esteri” (forestieri) nel contempo “commoranti” (dimoranti), è indicativa di apertura alla partecipazione di stranieri per esigenze economiche e professionali. Ritroviamo, infatti, lungo gli anni, cognomi quali Alladik, Balastrom, Biscafè, Chiuschepì, Fabricat, Girard, Graefer, Ortèga, Pascal, Perret, Marschiezek, Viàl, Lovet, Barò chiaramente non italiani e cognomi tipici di altre regioni d’Italia quali Fàvero, Pinnarò, Spanò, Zangari, Bruetti, Scotti.
Il restauro del Belvedere di San Leucio Nicola Tronco Il progetto di recupero del Belvedere di San Leucio è stato preceduto da un approfondita discussione culturale, durata molti anni, che ha visto come protagonisti nomi significativi dell’architettura, della cultura industriale e, più in generale, del mondo culturale. Basti ricordare il contributo del compianto Prof. Eugenio Battisti, uno dei massimi studiosi delle utopie ed, in particolare, di quelle leuciane; degli allievi del Politecnico di Milano, e della Pensilvanya University, ed il grande impegno del “Centro della cultura e tradizioni leuciane”: Furono inoltre organizzate manifestazioni di rilevanza nazionale, quali il convegno promosso nel 1981 dal Comune di Caserta con la collaborazione del Centro della Cultura e Tradizioni Leuciane e la Società di Storia Patria sulle prospettive di restauro e riuso del Belvedere chiuso dal Ministero dei Beni Culturali dell’epoca. Nel 1984 la FIAT e la BENETTON sponsorizzarono “5 progetti per S. Leucio” redatti da architetti e studiosi di fama mondiale. In tale ottica, l’approccio scelto per la redazione del progetto è stato quello di costituire un gruppo di lavoro che comprendesse figure di rilevanza nazionale in tutti i campi connessi a questo tipo di recupero funzionale. Sia durante le fasi precedenti all’inizio dei lavori che per tutta la durata degli stessi, il gruppo di lavoro ha operato nella ricerca della massima coerenza con l’evoluzione del sito e con l’applicazione dei più innovativi criteri di restauro. Alla realizzazione di quanto sopra hanno contribuito il Prof. Vittorio Gregotti, nella sola fase iniziale, il Prof. Romeo Ballardini, Presidente del Comitato di settore per l’Architettura, presente a San Leucio fino a pochi giorni prima della sua scomparsa, il Dott. Giuseppe Proietti, dirigente generale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, il già citato compianto Prof. Eugenio Battisti, e l’arch. Gianmarco Jacobitti, soprintendente sin dall’epoca della redazione del progetto. Ad un primo progetto di fattibilità (febbraio 1984) ha fatto seguito nel marzo del 1985 la redazione di un progetto esecutivo nel quale hanno trovato maggiore definizione soprattutto le assegnazione delle funzioni negli spazi offerti del complesso in relazione alla loro vocazionalità. L’obiettivo cioè era quello di proseguire la evoluzione e la storia di questo edificio cercando di annullare il vuoto di questi anni di abbandono, dando ad essi il carattere “svolta”, piuttosto che di una “interruzione”. Ciò è stato possibile grazie al fatto che in realtà l’abbandono non è stato totale:infatti la presenza della chiesa parrocchiale e l’utilizzo seppur saltuario di alcuni telai funzionanti all’epoca della redazione del progetto, ha costituito un legame di continuità che ci consente di non dover resuscitare uno spirito, ma semplicemente rimuoverlo da un lungo torpore. Il progetto generale, redatto nel 1983 prevedeva opere per circa 37 miliardi, per il cui finanziamento sono state individuate fonti messe a disposizione dal Ministero del Bilancio. Questo, infatti, nel 1983 aveva istituito il fon do straordinario del F.I.O. (Fondo per Investimenti ed Occupazione), per finanziare gli interventi immediatamente cantierabili nei settori delle infrastrutture, dell’Ambiente e dei Beni Culturali, che consistessero un impatto concreto sull’occupazione e sull’economia nazionale. Nel caso di San Leucio, come beneficio principale venne quantificato quello relativo all’indotto turistico, calcolando, che un’aliquota di almeno il 10% dei visitatori della Reggia di Caserta sarebbe stato interessato a visitare anche il Belvedere. Aumentando il suo tempo di permanenza in città, tale utenza avrebbe, pertanto, speso per vitto, alloggio, souvenir e consumi vari, una somma stimata in circa £30.000 pro capite. Le Analisi come sopra effettuate furono approvate dal Ministero del Bilancio che, nel periodo 1985/1988, concesse al Comune di Caserta un importo complessivo di circa 34,196 miliardi, che fu utilizzato per finanziare i lavori individuati dal progetto principale, così ripartito:
Le iniziative tese all’acquisizione di ulteriori finanziamenti per il completamento del restauro dell’interno complesso e per l’esproprio e la relativa sistemazione delle aree di pertinenza hanno consentito l’acquisizione di un ulteriore finanziamento di 15 miliardi con fondi FESR. CRITERI E TECNOLOGIE DI INTERVENTO L’intervento consiste essenzialmente in un restauro finalizzato a restituire all’edificio la sua antica fisionomia, recuperando in esso tutto quanto il tempo non ha irrimediabilmente distrutto, rivolgendo una particolare attenzione alle strutture di copertura che rappresentano una delle caratteristiche più salienti della costruzione. A tal proposito è necessario sottolineare l’assoluto rispetto del monumento che ha guidato la scelta dei criteri di restauro, ispirati alle più recenti posizioni culturali, configuratesi negli ultimi anni. DESTINAZIONE DI USO Anche i contenuti dei progetti di utilizzo dell’edificio, sono volti al rispetto delle vocazionalità dei singoli ambienti, nell’ottica, però, di un utilizzo vario e articolato del Monumento che ne assicuri la massima “vitalità”. E’ previsto, infatti, un allestimento museale (Museo della Cultura della Seta e di Archeologica Industriale), che interessa l’esposizione di reperti di macchinari Vari. Questi ultimi costituita da alcuni telai tuttora funzionanti e da una serie di modelli a grandezza naturale di cui si sta studiando la ricostruzione, costituiranno una sezione cosiddetta di “Museo vivo”, dove gli esponenti delle forze che tuttora lavorano la seta potranno dimostrare, sperimentare e discutere tecniche antiche e moderne di lavorazione. L’Attività museale è allargata ad una sezione di cultura borbonica ed una dedicata alla storia dell’edificio, dove con l’impiego di sistemi telematici, sarà possibile documentarsi su tale argomento. A completamento di questa attività sono stati previsti: un centro congressi, spazi per attività espositive, l’utilizzo dei cortili per eventi di grosso contenuto culturale, una sezione didattica ed un maggiore sviluppo di esse. E’ importante rilevare che gli operatori del settore serico si sono costituiti in un consorzio per la promozione e lo sviluppo del marchio San Leucio. Ancora molto resta da fare, solo se si pensa al completamento degli arredi, alla sistemazione delle aree espropriate o in corso di espropri, agli urgenti interventi infrastrutturali ed infine alla istituzione ed attivazione delle sezioni mussali. Per queste esigenze l’Amministrazione in carica ha richiesto ed ottenuto, all’interno del patto Stato – Regione, promesse per ulteriori finanziamenti di circa 23 miliardi. L’inserimento di S. Leucio nel patrimonio mondiale protetto dall’UNESCO, il costante riconoscimento del mondo dell’arte e della cultura al monumento e l’attenzione che ancora oggi lo Stato dimostra stimola a lavorare sempre di più e meglio, per un bene cittadino vanto delle nostre terre che è diventato patrimonio della cultura mondiale.
L'occhio dell'architetto: la casa dell'operaio dalla filosofia del piano generale al restauro di una cellula tipo Giancarlo Pignataro
Nell’ultimo decennio del Settecento re Ferdinando decise di realizzare la sua città ideale, ma non una repubblica fantastica, sulla scia di Moro, Campanella o Bacone, ma una colonia industriale legata al territorio, pensata ad hoc per un gruppo di italiani e francesi già insediati in loco, e tesa a definire un nuovo modello di organizzazione comunitaria fondata sul lavoro e l'uguaglianza, garantita da una società armonicamente costituita, ma sempre guidata dall'alto. La progettazione di una città operaia non aveva praticamente alcun precedente europeo, se si esclude l'esperienza francese delle "Salines de Chaux" di Claude-Nicolas Ledoux (1736-1806), mentre il tema della Città Ideale, pur riconducendoci agli schemi a pianta centrale della trattatistica rinascimentale, viene affrontato nei modi cari al Classicismo illuministico, ovvero vicini all’esempio mitteleuropeo di Karlsruhe. L'impostazione del piano per Ferdinandopoli è estremamente chiaro. Le architetture e le strade si coagulano attorno a due fuochi: uno a valle, la grande piazza centrale (da non confondere con l’attuale Piazza della Seta) ed uno a monte, il cortile principale del complesso architettonico "Belvedere". Su questi due fuochi insiste, in direzione Nord-Est, l'asse di simmetria dell'intero disegno della Città del Futuro fatta di case identiche (a tre piani con scala interna) e strade simmetriche (di cui alcune, a quota inferiore, esclusivamente ad uso pedonale), nel rispetto della orografia e naturale pendenza dei luoghi. Il Quartiere San Carlo, unitamente all'altro denominato San Ferdinando, fa parte di un complesso architettonico, o meglio di un nucleo urbano, di estremo interesse storico-compositivo, ambientale e socio-culturale per il criterio informatore che ha animato l'intero impianto. L'esperimento comunitario leuciano s’inserisce a buon diritto nel filone degli insediamenti autosufficienti a cavallo dei secoli XVIII e XIX, da quelli di Robert Owen (le filande di New Lanark in Scozia) a quelli del filosofo francese Charles Fourier (i falansteri) o di Godin (i familisteri), ma esclusivamente per l’idea di fondo, che sta ai confini dell'utopia, e cioè, costruire uno spazio isolato e protetto dove garantire un contesto sociale, giuridico e produttivo privilegiato, perché per il resto l’utopia leuciana è molto più concreta. Tant’è che l’assetto urbano colleciniano s’ispira a moderni criteri di funzionalità, semplicità e purezza di stile riscontrabili molto più tardi nella Citè industrielle di Tony Garnier, prima, e, poco dopo, nei progetti razionalisti di Le Corbusier. La tipologia dei due quartieri operai è incentrata sull’aggregazione a schiera di moduli quadrangolari di circa m. 6 per lato. Le austere facciate dei due blocchi di case sono punteggiate dal modulo costante delle lievi sporgenze d’intonaco che incorniciano le bucature sia sul fronte che dà sulla strada che su quello che dà sugli orti interni. Talvolta si possono rilevare sui prospetti interventi decorativi parietali e opere in ferro risalenti alla prima metà del ‘900, che rimandano il più delle volte alla maniera “liberty”. Di grande interesse è la soluzione dello skyline che vede, al di sopra del cornicione continuo (fatto con pietre di tufo lavorate), emergere, dal manto rosso-bruno dei coppi e canali dei tetti a falde, oltre che qualche abbaino atto ad illuminare i “soppigni”, la presenza numerosa ed incombente di comignoli dalla plasticità severa che segna in maniera forte la vista dall’alto dell’intero villaggio. La cellula abitativa che ora andiamo ad analizzare più da vicino è stata oggetto di un attento restauro, grazie alla riuscita concertazione tra progettista, soprintendenza e proprietari sensibili ed avveduti. Essa è ubicata alla via A. Planelli n.13, segnata al Catasto al Foglio 2 part. 77 del N.C.E.U. di Caserta - San Leucio, ed è vincolata, come tutte le altre facenti parte dei quartieri operai, ai sensi della legge 1° giugno 1939 n°1089 e sottoposta a tutte le disposizioni di tutela contenute nella legge stessa. L'unità edilizia in esame, composta da due livelli fuori terra ed uno parzialmente interrato, è stretta da altri corpi di fabbrica costituenti il casamento a schiera denominato San Carlo, ubicato sulla sinistra della salita che conduce al Palazzo del Belvedere. Originariamente gli interni erano formati da vani destinati ad alloggio per lavoranti con, al piano terreno, tinello, cucina, gabinetto e vano idoneo a contenere i macchinari per la lavorazione dei tessuti, mentre nel seminterrato c’era il deposito-stalla, ed al primo piano le camere da letto. La destinazione d'uso attuale è esclusivamente residenziale con la zona giorno al livello inferiore e la zona notte al livello superiore. Gli ambienti sono coperti da volte a vela per i locali terranei e seminterrati, e da solai in legno al primo piano. Proprio in questa zona si sono eseguiti i lavori più significativi. Sono state rimosse e posizionate nel sottotetto con analoga funzione statica (grazie ad idonei nodi metallici) delle putrelle a doppio T predisposte da un precedente ed insensibile intervento di consolidamento delle strutture orizzontali in legno. Tale soluzione, eseguita negli anni sessanta, si concluse con la realizzazione di una controsoffittatura leggera che occultava alla vista oltre alle inidonee travi metalliche, anche le carte dipinte, lasciate completamente abbandonate, e le decorazioni parietali, maltrattate non poco. Pertanto si è ritenuto opportuno risanare e recuperare il manufatto nella sua spazialità originaria con i seguenti interventi: distacco, bonifica e imballaggio delle carte dipinte a tempera (sec. XVIII e XIX) atte a decorare i solai lignei al piano superiore, restauro pittorico di frammenti di decorazioni parietali, risanamento e ripristino dell'originario sistema travi-tavolato ed, infine, ricostruzione dei comignoli in copertura, secondo l'originaria tipologia del Collecini.
Il Restauro del Belvedere Annamaria Bitetti Le linee guida che hanno sotteso l’intervento di restauro e recupero funzionale del Complesso monumentale del Belvedere di S. Leucio, appartenente al demanio comunale della Città e dichiarato di interesse Storico, Artistico, Monumentale ai sensi della Legge 1089/98, sono state improntate a riportare il manufatto alle originarie condizioni statico-formali, permettendone, anche, il suo riuso, che nel rispetto delle funzioni storico-produttive svolte nel tempo, ne assicurasse una odierna e diversa fruizione. Tale manufatto, prima, dell’intervento di restauro, iniziato nel 1986, versava in condizioni di degrado, che, pur non irreversibile, ne aveva compromesso la sua stessa fruizione, basti pensare che al suo interno trovavano allocazione sia abitazioni private, che attività a carattere didattico (scuole). Alcuni particolari corpi di fabbrica quali il cosiddetto Vico Freddo, la Filanda dei Cipressi, e la Coccolliera, avevano parti crollate e ricoperte di rovi,con una immagine complessiva quasi irriconoscibile. Gli stessi elementi costruttivi, quali il tetto in coppi e canali, i comignoli, le capriate, i solai in legno, versavano in condizione di degrado. L’intervento, che si è avvalso della consulenza del prof. R. Ballardini, a cura della Concessionaria Infrasud Progetti, ha teso a ripristinare il più possibile, il manufatto in termini filologici, senza alcuna alterazione degli spazi originari, adeguandolo solo dal punto di vista impiantistico. L’aspetto, altrettanto, interessante di detto intervento, è che nel corso dei lavori sono stati rinvenuti gli apparati decorativi,opportunamente recuperati, presenti sulle pareti e sulle volte ad “incannucciata”, che hanno reso ancora più evidente l’intrinseca storia di detto manufatto ed il suo alto valore storico artistico. Difatti è importante evidenziare, che ogni opera di restauro presuppone la conoscenza storica e costruttiva dell’opera e le sue successive fasi di trasformazioni,che proprio nel Belvedere trovano manifestazioni nei singoli ambienti che si trasformano e si ampliano da sito di caccia in fabbrica della seta. Tutti gli ambienti avevano una specifica funzione produttiva, accanto a quella reale, che permettevano il ciclo completo della lavorazione della seta, pertanto la ricostruzione in particolare dei due torticitoi, queste due splendide macchine, messe in moto da una ruota idraulica, rappresenta la volontà forte del progetto di restauro di mettere in luce la storia produttiva di S. Leucio e la possibilità, attraverso la costituzione del Museo di archeologia industriale, di portare a conoscenza della collettività il patrimonio culturale ed innovativo, per quei tempi, della colonia di S. Leucio. In questa ottica il progetto generale dell’intervento, approvato nel 1986, venne impostato su due diversi segmenti, rispettivamente incentrati sul recupero statico ed architettonico delle strutture monumentali e sulla riorganizzazione degli spazi restaurati, individuando tre diversi settori corrispondenti alle diverse funzioni di riuso previste:
Negli anni tra il 1985 ed il 1993, grazie agli interventi finanziari ottenuti (fondi FIO – Fondi ex legge 64/86 e fondi comunitari FESR) è stato realizzato e portato a compimento l’intervento di restauro e recupero funzionale del Bene Monumentale. La gestione unitaria, pertanto di questo Bene, deve essere di alto profilo manageriale e culturale, e contemporaneamente, assicurare il mantenimento della tripartizione del riuso in area museale, marketing e didattica secondo una linea di lunga elaborazione e nel pieno rispetto degli accordi e delle finalizzazioni dei finanziamenti europei del restauro. Una possibile modalità di gestione quale quella di una società mista pubblico-privato, ma con ampie garanzie contrattuali per la parte pubblica circa le funzioni d'uso e l'utilizzazione delle singole parti del Complesso, potrebbe essere la più idonea, sia per far fronte agli alti costi di gestione, sia per il profilo internazionale dell'operazione, da realizzarsi attraverso una gara europea che aprisse alle maggiori holdings ed ai più qualificati operatori. Nel progetto, in un mix integrato di servizi ed occasioni culturali , artistiche e produttive, un ruolo assolutamente centrale svolge il Museo "vivo" della seta. Tale progetto attende solo di essere reso esecutivo per la realizzazione. Accanto al museo trovano spazio la biblioteca, le sale per conferenze, i laboratori di ricerca per il restauro, le sale per mostre temporanee, i punti informatici, le unità didattiche e l'area commerciale. Il tutto intrinsecamente legato alla storia settecentesca ed ottocentesca dell'edificio, a quella del territorio e all'arte della seta. Il Complesso è anche entrato, insieme con la Reggia ed il Parco Vanvitelliano a far parte del Patrimonio dell'UNESCO che possiede la documentazione relativa a questa finalità di fruizione culturale. E’ necessario, pertanto:
San Leucio nell'anno 2000 Oreste Natale E poi dicono che il progresso è segno tangibile di civiltà. Nel piccolo ma assai famoso borgo leuciano, ogni pietra, ogni angolo racconta la storia del “Real Colonia”, voluta da Ferdinando I° al fine di introdurre nel regno l’arte serica. Egli dettò una legge da cui si evince che il fondatore concedette ai coloni leuciani, in piena proprietà, le case di abitazione, il fabbricato e le macchine inservienti dell’arte serica. Nel 1860, a seguito del plebiscito che proclamò l’Italia una e in divisibile, anche i leuciani entrarono a far parte, a tutti gli effetti, del popolo italiano. Nel 1862 le case e lo stabilimento furono assegnate al Demanio e da questi dato in fitto ad un tale DUMONTET che a sua volta subaffittò ai signori Pascal. Il tutto per “vilissima mercede”. Gli abitanti di S. Leucio, circa mille, tutti uniti e con determinazione, ricorsero al Parlamento Nazionale perché “la colonia di S. Leucio diventi Comune a tutti gli effetti; le case ritornino ad essere di proprietà degli abitanti e lo stabilimento di proprietà del Comune di S. Leucio”. Il 27 maggio 1866, con Real decreto n° 2959 S. Leucio fu elevato a Comune. Lo stabilimento, denominato “il belvedere”, dopo un lungo periodo di completo abbandono, anche grazie ad un piccolo gruppo di abitanti che ha sollevato la questione, con un cospicuo finanziamento di fondi F.I.O. è tornato agli antichi splendori, ma il Comune di Caserta, che ha per le note vicissitudini inglobò quello di S. Leucio, ancora non realizza il progetto di riutilizzo che prevede un insediamento museale, il recupero dell’artigianato serico e un settore destinato a Marketing. Certo la gestione del belvedere è cosa assai complessa. E diventa ancora più complessa se deve comprendere l’intero territorio, i suoi abitanti, le fabbriche seriche, le attività commerciali e sociali che sul territorio vivono. Qualsiasi progetto realizzato al di fuori di un contesto ben demarcato nelle sue dimensioni geografiche, strutturali, sociali e civili, comporterebbe uno stravolgimento della storia. La bellezza di un’opera d’arte è data dall’insieme degli elementi che la compongono, ma ogni singolo elemento concorre a determinarla. Una gestione attenta dell’intero complesso deve tornare utile al Comune, alle famiglie, ai cittadini, agli interessi dei serici e di coloro che svolgono attività commerciali; deve salvaguardare la tranquillità della popolazione impedendo insediamenti di improprie attività o manifestazioni che deturpano l’ambiente e offendono la storia. I cittadini di S. Leucio dell’anno 2000, presi dai molteplici problemi che il progresso porta inevitabilmente, non riescono più a mettersi insieme e a far sentire la loro voce che certamente invocherebbe il recupero di quei valori storico – sociali – culturali che fanno grandi civiltà. L’indifferenza per i problemi comuni, la perdita di una identità nobile, una costante tendenza ad alimentare conflitti per futili motivi, hanno fatto perdere ai leuciani la voglia di “rivendicare i propri diritti” di collaborare per elevare una voce forte rivolta agli attuali “Parlamenti”, locali e nazionali, alle autorità tutte, per dire che a S. Leucio ogni pietra, ogni angolo, racconta una storia che va recuperata, salvaguardata e rispettata, perché i suoi abitanti possano recuperare quella dimensione di vita serena e produttiva, perché i Casertani posano godere delle delizie dal “Real Sito” recuperato agli antichi splendori nelle strutture, ma anche nelle regole di vita e organizzative, perché il turista comune, italiano o straniero, entrando nelle mura dell’antica colonia vi respiri quell’aria di serenità e di benessere sociale, perché avvicinandosi al belvedere avverta il battito degli antichi telai, perché tutti possano conoscere meglio le regole di vita che con lo “statuto” il Borbone dettava i suoi “Coloni”. I leuciani del 2000 devono recuperare quella voglia di collaborare per sostenere con forza le giuste cause, tendenti ad evitare che meschini interessi di parte possano offuscare o distorcere l’immagine di una “Perla del 700” conosciuta nel mondo per le sue sete, per le sue particolari strutture architettoniche, per le sue regole del “buon vivere” che rischiano di essere calpestate da chi potrebbe non aver compreso l’immenso valore di una civiltà da recuperare.
Giovanni Paisiello maestro di corte del re Ferdinando Nunzio Areni
La rappresentazione si svolse, come cita testualmente nel frontespizio il libretto originale “in occasione di essersi portata la Maestà della Regina ad onorare la nuova popolazione di Santo Leucio”,e fu accolta, come narrano le cronache (Gazzetta Universale del 30 Giugno 1789) con entusiastici consensi dagli ospiti presenti quali “Esser stati invitati con biglietto i Capi di Corte, Segretari di Stato, Generalità Ministri Esteri, con i Cavalieri delle rispettive Nazioni presentati a Corte, La Serenissima Duchessa di Saxe-Weimar,il Cardinal Spinelli, i Comandanti della Squadra Spagnuola, con circa 50 Ufficiali di essa ed altrettante Dame e Cavalieri, in tutto non più di 240 persone”; consensi che continueranno a sostenere il successo e l’importanza dell’opera,più e più volte rappresentata, e ripresa, nel corso degli anni nei teatri italiani ed esteri. In una lettera datata 27 Febbraio 1794, inviata a Paisiello, prodotta da alcuni estasiati ammiratori torinesi che avevano assistito, nella loro città, alla sua Nina addirittura si sostiene che “La S. V:era in cielo quando compose quella divina musica, e noi pure siamo stati in cielo nel sentirla” ed ancora “Se tutte le musicali produzioni dioggidì fossero come quelle della Nina, i maestri di musica si potrebbero a giusto titolo nominare estirpatori de’ vizj, produttori delle virtù, correggitori dei costumi; e la musica meriterebbe ancora gli encomj e gli onori che i legislatori delle nazioni ed i virtuosi di antichi popoli le attribuirono”. Ma quali furono queste incredibili novità e riconosciute bellezze tanto decantate nell’opera in questione? Innanzitutto va segnalato il particolare momento storico che inquadra l’attività musicale di Giovanni Paisiello, nello spaccato tra Settecento ed Ottocento, in un periodo, (quindi che si presenta) sul piano politico, gravido di attese e di importanti rivolgimenti sociali (avvenimenti che coinvolgeranno lo spesso Paisiello);e sul piano culturale,di grande attenzione e divulgazione artistica grazie a quei preziosi dibattiti su ragione e natura,ormai riferiti ad ogni campo del vivere sociale, che con lettere, proclami e”querelle” prima, e con le armate francesi poi, coinvolgeranno il pensiero di tutta l’Europa.
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